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Le origini dell'Agricoltura Biologica (6/6)

Negli anni ’70 la Soil Association compie il primo passo verso il riconoscimento ufficiale dei prodotti biologici: crea un marchio di certificazione, formula una disciplina specifica per la produzione agricola del settore, e istituisce una serie di controlli sulle aziende produttrici.
Nel 1972 alcune associazioni di produttori nel campo dell’agricoltura organica e biologica danno vita all’IFOAM (International Federation of Organic Agricolture Movement). Attualmente quest’organismo riunisce, rappresenta e coordina 750 associazioni distribuite in 100 paesi del mondo.
In Italia l’Agricoltura biologica viene introdotta a livello pratico negli anni ’60. Uno degli iniziatori è Ivo Totti, perito agrario che, sulla base degli insegnamenti di Rudolph Steiner, si dedica allo studio di sistemi di coltura nel rispetto dell’ambiente e degli esseri viventi che ne fanno parte. Da questa considerazione di carattere etico, decide di convertire la sua azienda agricola al metodo biologico.
Poco tempo dopo, si sviluppano anche in Italia le prime associazioni di agricoltori biologici. Nel 1969 si costituisce l’Associazione Suolo e Salute. Apolitica e senza scopo di lucro, nel 1972 è la prima associazione italiana che aderisce all’IFOAM. Nello stesso periodo compaiono le prime riviste interamente dedicate ai temi dell’ambiente, della salute e dell’ecologia.
Durante gli anni ’80, si assiste ad una fase di massimo sviluppo dell’agricoltura convenzionale e “industrializzata”. Varie correnti ambientaliste, movimenti per la salute dei consumatori e degli stessi produttori (i più direttamente esposti al rischio per l’esposizione continuata a fitofarmaci e composti chimici utilizzati sul lavoro) riescono ad attuare forti campagne di sensibilizzazione anche a livello dell’opinione pubblica. Si moltiplicano le associazioni di produttori biologici. Nel 1982 viene fondata la “Commissione nazionale cos’è biologico” (attuale AIAB), tra i membri più importanti aderisce lo stesso Ivano Totti.

Agli inizi degli anni ’90 l’agricoltura biologica si afferma definitivamente sul mercato, anche grazie alle numerose iniziative in campo promozionale organizzate con la collaborazione delle associazioni nazionali di categoria, allontanandosi per la prima volta dal comparto “di nicchia” in cui era stata relegata dal consumo di massa dei decenni precedenti.
Lo scandalo delle sofisticazioni alimentari e la diffusa polemica sui cibi transgenici, concorrono allo sviluppo di un atteggiamento più critico da parte dei consumatori. Si afferma un nuovo stile di consumo, più selettivo e attento all’aspetto “qualitativo” dei prodotti acquistati. All’attenzione verso il giusto equilibrio dei valori nutrizionali degli alimenti, si affianca un rinnovato interesse per un’alimentazione sana e “senza sorprese”. Queste nuove premesse costituiscono la base per il successo di mercato dei prodotti biologici. Si moltiplicano di conseguenza i punti vendita e i canali di distribuzione: negozi specializzati anche nelle piccole città, mercatini e fiere dedicate, supermarket del biologico fino ad interessare, progressivamente, anche il settore della grande distribuzione.

Alla crescente richiesta di prodotti naturali, si accompagna la necessità di stabilire in modo chiaro e inequivocabile i criteri per poter distinguere i prodotti biologici da produzioni agricole ottenute con altri metodi di coltura.
Per garantire i consumatori nella loro scelta di prodotti biologici, e per tutelare i produttori da eventuali tentativi di sofisticazione o frode, la Comunità Europea emana un Regolamento specifico (n.2092/91), che entra ufficialmente in vigore nel 1993. Quest’ultimo definisce con precisione i metodi di coltivazione e i criteri necessari per definire un prodotto come proveniente “da agricoltura biologica”, come pure le regole per la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti stessi. Un regolamento successivo (1804/99) stabilisce regole e principi fondamentali per la disciplina del settore zootecnico.

Cosa hanno in comune

I tre movimenti sopra illustrati, si articolano e si sviluppano parallelamente nel tempo, mantenendo tuttavia un certo grado di interdipendenza e reciprocità, soprattutto nel richiamo costante a principi generali comuni. Alla base delle diverse teorie e dei metodi impiegati troviamo, infatti, una serie di elementi che si pongono come punti fermi in tutte e tre le discipline. Requisito essenziale è il rifiuto dei sistemi di coltivazione che fanno uso di fertilizzanti, fitofarmaci e antiparassitari chimici di sintesi. Altro punto comune è l’importanza attribuita alla salute del terreno e il mantenimento dell’humus ottimale e della fertilità del suolo tramite utilizzo di sostanze organiche adeguatamente compostate. Infine, tutti e tre i sistemi garantiscono a produttori e consumatori di ottenere e acquistare prodotti di alto valore qualitativo, sia dal punto di vista nutrizionale, sia da quello organolettico.

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Fonte: a cura di V. Maltese - AgricolturaBiologica.info
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